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Leasing: problemi interpretativi e possibili soluzioni

La Circolare n. 1/2017 del Tribunale di Milano in materia di leasing: problemi interpretativi e possibili soluzioni pratiche alla luce dell’attuale quadro giurisprudenziale e normativo

Con un recente intervento (febbraio 2017) a firma della dott.ssa Paluchowski (Presidente della Sezione Fallimentare), il Tribunale di Milano ha cercato di mettere un pò d’ordine nel “ginepraio” normativo e giurisprudenziale venutosi a generare nel corso degli anni in tema di leasing, in particolare nel trattamento di tale rapporto in ambito fallimentare.

La materia, stante l’assenza per molti anni di un’espressa disciplina codicistica, ha da sempre suscitato grande attenzione ed accesi dibattiti tra gli esperti del settore, registrandosi sul punto una netta divergenza tra l’iter legislativo (tendente ad una progressiva uniformazione di trattamento, anche al di fuori del segmento strettamente concorsuale) e quello giurisprudenziale (fedele invece a mantenere in vita la nota distinzione tra il c.d. leasing “di godimento” e quello c.d. “traslativo”, quantomeno nelle pronunce di legittimità che si sono susseguite negli anni).

Questi alcuni significativi passaggi che ben evidenziano la divergenza tra i due differenti percorsi:

  • con il D.LGS. n. 5 del 09/01/2006 viene introdotto nel nostro ordinamento l’art. 72 quaterf. che disciplina, per la prima volta, la figura del contratto di leasing, stabilendosi, tra l’altro, che in caso di fallimento dell’utilizzatore e di connesso scioglimento del rapporto “il concedente ha diritto alla restituzione del bene ed è tenuto a versare alla curatela l’eventuale differenza fra la maggiore somma ricavata dalla vendita o da altra collocazione del bene stesso avvenute a valori di mercato rispetto al credito residuo in linea capitale (…). Il concedente ha diritto ad insinuarsi nello stato passivo per la differenza fra il credito vantato alla data del fallimento e quanto ricavato dalla nuova allocazione del bene”. Tale norma, disciplinando unitariamente la fattispecie “leasing”, sembra dunque superare definitivamente la distinzione sino a quel momento abbracciata quasi unanimemente in giurisprudenza e dottrina tra leasing c.d. “di godimento” e leasing c.d. “traslativo”;
  • con la sentenza n. 8687/2015, tuttavia, la Corte di Cassazione interviene sul punto ribadendo che al leasing risolto ante fallimento debba continuare ad essere applicato in via analogica l’art. 1526 c.c.;
  • con il D.L. n. 83/2015, viene introdotto nel nostro ordinamento il comma 5 dell’art. 169 bisf., che estende (in un’ottica evidentemente uniformista) alle ipotesi di contratti di leasing scioltisi in pendenza di una procedura concordataria la medesima disciplina di cui all’art. 72 quater l.f. In buona sostanza, si stabilisce che in caso di scioglimento del rapporto in pendenza di concordato, la società di leasing ha diritto alla restituzione del bene e a vedere riconosciuto al passivo concordatario la differenza fra il proprio credito residuo complessivo e il ricavato della vendita (salvo che tale differenza determini un saldo attivo, da restituire alla società utilizzatrice);
  • con la legge di stabilità del 2016 (n.208/2015) il legislatore introduce nel nostro ordinamento la figura del c.d. leasing abitativo, disciplinando così l’ipotesi di risoluzione per inadempimento di tale rapporto: “In caso di risoluzione del contratto di locazione finanziaria per inadempimento dell’utilizzatore, il concedente ha diritto alla restituzione del bene ed è tenuto a corrispondere all’utilizzatore quanto ricavato dalla vendita o da altra collocazione del bene avvenute a valori di mercato, dedotta la somma dei canoni scaduti e non pagati fino alla data della risoluzione, dei canoni a scadere attualizzati e del prezzo pattuito per l’esercizio dell’opzione finale di acquisto. L’eventuale differenza negativa è corrisposta dall’utilizzatore al concedente. Nelle attività di vendita e ricollocazione del bene, di cui al periodo precedente, la banca o l’intermediario finanziario deve attenersi a criteri di trasparenza e pubblicità nei confronti dell’utilizzatore.” Anche al di fuori delle procedure concorsuali, dunque, il legislatore prosegue nel percorso di uniformazione avviato con la riforma fallimentare del 2006, disciplinando unitariamente la fattispecie “leasing”, sulla scorta ancora del dettame di cui all’art. 72 quater l.f., senza alcun riferimento all’art. 1526 c.c. e senza alcuna distinzione tra differenti tipologie di contratti di leasing;
  • con la sentenza n. 2538/2016, sorprendentemente, la Suprema Corte ribadisce tuttavia che in caso di leasing “traslativo” risolto ante fallimento, la Concedente debba strutturare la propria domanda di ammissione al passivo in conformità all’art. 1526 c.c., e dunque richiedendo il risarcimento del danno conseguente alla risoluzione, ma restituendo al contempo i canoni già riscossi.

A parere di chi scrive la distinzione di tra le due diverse tipologie di leasing che la Suprema Corte si ostina a tenere in vita, oltre a porsi in aperto contrasto, come si è visto, con la recente legiferazione avutasi in materia, e oltre ad ignorare la funzione di finanziamento che il contratto di leasing ha ormai assunto in maniera pressoché univoca, rischia soprattutto di determinare delle disparità di trattamento del tutto illegittime, come peraltro correttamente osservato sempre dal Tribunale meneghino con una pronuncia intervenuta recentemente in materia (Trib. Milano, sentenza n. 7505/2015).

Ivi si è osservato, infatti, che continuare a ritenere applicabile l’art. 1526 c.c. al leasing risolto ante fallimento invece di equipararlo a quello pendente a tale data (cui pacificamente si applica invece la disciplina di cui all’art. 72 quater l.f.) non soltanto determini l’applicazione “difficilmente sostenibile” di due normative differenti a “situazione assolutamente analoghe“, ma avrebbe l’effetto di riservare “un trattamento più favorevole per la parte utilizzatrice (= il diritto a vedersi restituiti i canoni riscossi) proprio nel caso in cui questa abbia dato causa alla risoluzione del contratto per proprio inadempimento (…)”.

Ciò comporterebbe, di fatto, l’ulteriore paradossale conseguenza che la Concedente si troverebbe costretta a monitorare costantemente l’andamento del rapporto con il proprio utilizzatore, finendo anche, talvolta, per mantenere in vita dei rapporti con utilizzatori inadempienti ma in odore di fallimento, proprio al fine di scongiurare le nefaste conseguenze dell’art. 1526 c.c. e godere invece della più favorevole disciplina di cui all’art. 72 quater l.f., con un’evidente ed inaccettabile alterazione del sinallagma contrattuale.

La Circolare in esame sembra recepire queste perplessità, dando atto che in effetti “la sezione (fallimentare) avverte “la unitarietà che in concreto il leasing sta indubitabilmente cominciando ad avere (…) al di là dei proclami di principio della suprema Corte” e che dunque “le soluzioni devono naturalmente tendere ad una reductio ad unitatem concettuale”, e propone uno schema operativo alquanto interessante, ove il leasing risolto ante fallimento e quello pendente a tale data vengono regolati secondo criteri di calcolo comunque differenti, ma che giungono al medesimo risultato concreto, senza alcun trattamento penalizzante per la Concedente nel caso di risoluzione antecedente alla declaratoria fallimentare.

Tale schema è così riassumibile:

  • contratto di leasing pendente alla data di fallimento: la Concedente ha diritto di vedere ammesso al passivo la sommatoria tra i canoni scaduti al fallimento e i canoni a scadere attualizzati detratto il ricavato ottenuto dalla ricollocazione del bene. Laddove il ricavato della vendita sia invece superiore alla suddetta sommatoria, la società di leasing dovrà restituire tale eccedenza al fallimento;
  • contratto di leasing già risolto alla data del fallimento: la Concedente ha diritto di vedere ammesso al passivo il valore complessivo del contratto dedotto quanto già incassato dalla società utilizzatrice e quanto poi incassato dalla ricollocazione sul mercato del bene. Anche in questo caso, ove dovesse invece risultare un saldo attivo, esso dovrà essere restituito al fallimento.

La soluzione ipotizzata dal Tribunale di Milano rappresenta certamente un valido strumento di difesa a disposizione delle società di leasing, troppo spesso vessate da richieste restitutorie dei Fallimenti basate su di un’aprioristica applicabilità tout court dell’art. 1526 c.c. e non supportate da analisi contabili che accertino invece l’effettiva presenza di un indebito arricchimento in capo al Concedente rispetto al risultato economico preventivato con il finanziamento dell’operazione.

Purtroppo, essa rappresenta soltanto una sola voce (seppur autorevole) in un contesto come si è visto estremamente variegato e per molti versi contraddittorio. Peraltro, nella citata Circolare non si afferma mai espressamente che in caso di contratto risolto ante fallimento, non sussista l’obbligo per la Concedente di restituire, in ogni caso, i canoni già riscossi; anzi, in un passaggio, la sezione sembra addirittura ritenere comunque sussistente tale obbligo, con un inciso in evidente contraddizione con il restante contenuto del testo.

In ogni caso viste le numerose incertezze in materia e i rischi pratici evidenziati cui si rischia di andare incontro, appare imprescindibile una pronta investitura sul tema delle Sezioni Unite.

Milano, 22 settembre 2017
Avv. Luca Amico